Interviste – Conosco un posto https://godsgift.cyou Wed, 24 Jul 2024 09:01:02 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.8.5 /wp-content/uploads/2024/10/Conosco-un-posto_favicon_256x256.png Interviste – Conosco un posto https://godsgift.cyou 32 32 I posti del cuore di Ester Viola a Milano /ester-viola-intervista-i-posto-del-cuore-a-milano/ /ester-viola-intervista-i-posto-del-cuore-a-milano/#respond Wed, 24 Jul 2024 06:00:00 +0000 /?p=80681 In questa intervista abbiamo chiacchierato con Ester Viola di Milano, posti del cuore, bluff e indecifrabilità.

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Un’avvocata, scrittrice, che fa (anche) la posta del cuore. Di nascita valtellinese ma genuinamente campana. Ester Viola è una, nessuna, centomila e ci accompagna da anni in tutte le varie peripezie sentimentali, dispensando consigli che ci daremmo a vicenda, se a volte l’amore non ci obnubilasse. Le abbiamo fatto qualche domanda su Milano, città in cui vive da anni, sui suoi posti del cuore e su quello che la riempie o le manca nel vivere qui.

Ester Viola
Ester Viola | © ph courtesy

Iniziamo dai fondamentali. Colazione, pranzo, aperitivo e cena: quattro posti a Milano?
La brioche alla crema migliore della città preferirei tenerla per me, sono influencer per conto mio, nel senso “non vorrei che poi finisse”. Buonissimo il cinnamon twist di Loste. Pranzo alla Cantina di Manuela, di via Poerio. Arlati a cena.
Aperitivo. Sai che è pure una questione di età, l’aperitivo? Finiamo alle otto di sera, ci diciamo “andiamo a mangiare?”. Si sta bene, da seriamente sfamati. Un buon conversatore deve essere sazio di qualcosa di meglio delle pizzette? Forse sì. 

Nella tua posta del cuore c’è tanta vita sentimentale: dove vai per un rendez-vous romantico?
Servirebbe un poco di mare, non ho alternative per convincerti. Via Castel Morrone? Passeggiata dopo cena? Gelato? Ma non è Cicciotto a Marechiaro, lo so.  

A Milano sei arrivata ormai 10 anni fa, da Napoli: cosa ti aspettavi di trovare all’epoca che in effetti hai trovato e cosa invece secondo te è un grande bluff? 
Mi aspettavo ordine, lavoro e possibilità. Ho trovato tutto. Certo, ormai si è messa in testa di essere Londra e Parigi. Certe volte riesce in piccole imprese meravigliose. Per esempio la volta che c’era Fran Lebowitz, era un’intervista. Sono uscita dallo studio e in 15 minuti più o meno ero lì, a teatro. Niente traffico, niente caos e niente coda. Sono felicità poco possibili altrove, quelle. Vicinanza a tutte le cose che ti interessano, senza dover dare spallate per averle.
Servirebbe il tempo. Un mio amico negli anni ‘90 viveva qui e mi diceva “bella Milano, si se putesse veré” – bella Milano, se solo si potesse vedere. Parlava della nebbia d’inverno. Al posto della nebbia adesso hai il lavoro che si allunga coi tentacoli a tutto. Sono scelte, però, pure quelle. 

Qual è il tuo quartiere del cuore a Milano e quale quello dove, al contrario, vai solo se proprio ti tocca?
Sai che ci penso e non ne ho, ed è un bel talento che ha questa città? Non chiede di piacerti, non ha quella vanità di certi quartieri che ti dicono: vieni a stare qui.

Cito un tuo tweet di un paio d’anni fa che mi ha fatto molto ridere: “I costi di Londra, il clima di Bangkok, i taxi che di solito trovo a Benevento”. Ha anche dei pregi, Milano? Scherzi a parte, parliamo pure anche dei difetti: cosa proprio non ti va giù di questa città?
Quanto costa. Lo sappiamo. Sei hai vent’anni ed è qui che vuoi stare, perché certi lavori sono proprietà privata di Milano, con tutta la forza dei vent’anni e l’intenzione di fare mille giorni di gavetta, non riesci a permetterti molto. Gli stipendi devono essere alti abbastanza perché non può essere tutto poggiato sull’esclusione: non deve finire così, che qui o mangi o dormi con un tetto decente in testa.

C’è un luogo a Milano che ti ispira riflessione e intimità e dove magari ti rechi per stare un po’ con te stessa o prendere una decisione importante? 
A Napoli sì, l’avevo trovato. Il Chiostro di Santa Chiara. C’era una qualità mai sentita di silenzio, lì. Il migliore della città era davanti al Cristo Velato. Spaccanapoli fuori, e dopo venti metri il Chiostro. Trovi questo pezzo di pietra impossibile, un marmo di velluto, un corpo d’uomo che ferma il tempo. All’improvviso te ne accorgi: cos’è quest’ovatta? – ti chiedi. Non è possibile. Neanche sulle Dolomiti hanno un silenzio così.
A Milano da nessuna parte, non l’ho mai ritrovato. Meglio così. Uno non ha scuse e le decisioni importanti le prende andando. Anche stare sola con me stessa, addio. E che liberazione.

A quale città, straniera o italiana, vorresti rubare qualcosa per Milano?
A Napoli la vista mare e Capri, a Roma le grandezze, i palazzi, certe piazze gonfie di luce, una certa pace mentre si sta nervosi perché le cose non funzionano. Sì, lo so che sembra ridicolo, ma ci sono posti dove c’è una struttura portante di calma in ogni condizione. Non chiedermi di spiegare come succede, non lo so.

Il primo posto dove porteresti un tuo amico in visita?
La stanza dei Fontana del Museo del 900

Per mestiere, oltre al tuo principale, scrivi e in qualche modo sei parte della ‘bolla’ culturale di questa città: ci sono luoghi legati alla cultura – musei, gallerie o teatri – che ti piace frequentare?
C’è Starnone e vado ovunque. Teatro, se c’è Rezza. Mi piacerebbe un Flore milanese. Dove incontrare chi scrive. Ci potremmo chiedere “stai scrivendo?” e risponderci poco e male e macché

Le tue origini campane dove ti portano in città se hai voglia di cibo ‘delle tue parti’?
Non si può fare. È un trasloco impossibile. Serve quell’accento per l’aria. Lo so che è una risposta cretina, ma la tengo.

In uno dei tuoi articoli che preferisco dividi gli amori in due categorie: PAQ (Piccolo Amore Quieto) e GAS (Grande Amore Sessualissimo). Milano a quale di questi due generi appartiene, secondo te? 
Millennio indecifrabile. Impossibile dirlo. Sono saltati i sistemi elementari di premessa-conseguenza, tutti. Nemmeno più il vecchio “ti scrivo” vuol dire che mi piaci sta più in piedi. Meglio non farsi domande. Scansare ogni analisi. L’amore come viene, viene. 

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I posti del cuore di Stefano Nazzi a Milano /stefano-nazzi-intervista-su-milano/ /stefano-nazzi-intervista-su-milano/#respond Thu, 16 May 2024 06:00:00 +0000 /?p=75570 La passione per la pizza e il gelato, la capitale del crimine degli anni 80, la nostalgia dei locali del passato e quelli che frequenta oggi: Stefano Nazzi racconta a Conosco un posto la sua Milano.

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Se di recente molte persone si sono appassionate a un certo tipo di crime, depurato da ogni vena sensazionalistica che spesso connota il filone, è anche per merito di Stefano Nazzi, che “fa il giornalista da tanti anni” e, dopo un lungo passato al servizio della cronaca nera, da diverso tempo collabora con Il Post, per cui si occupa di Indagini, uno dei podcast più ascoltati degli ultimi anni. Cresciuto a Milano, schivo e competentissimo, racconta a Conosco un posto il suo rapporto con la città, di cui si dice “innamorato”, la sua passione per la pizza e il gelato, i luoghi che più frequenta e quelli per un tour un po’ fuori dal consueto.

Stefano Nazzi intervista
Stefano Nazzi | © courtesy

Iniziamo dai fondamentali. Colazione, pranzo, aperitivo e cena: quattro posti a Milano?
Abitando in zona Sempione, uno dei bar pasticceria che preferisco per iniziare la giornata è I dolci Namura in via Castelvetro. Non solo per ragioni di comodità, visto che le brioche qui sono buonissime e i proprietari simpatici. È raro, invece, che pranzi fuori, mentre anche per l’aperitivo scelgo un altro posto del mio quartiere, la Librosteria di via Cesariano, anche se in tutta onestà tendo a frequentarlo più che altro nei (rari) momenti in cui non è preso d’assalto.
Per cena, invece, voglio fare il nome di un posto che ho scoperto da poco, Caffè del Lupo in via Albani.

Quindi non leggi Conosco un posto? (rido, ma non troppo ndr)
(Ride anche lui, ma non troppo ndr). Mi piace veramente un sacco [Caffé del Lupo]: si mangia un gran bene, ed è un posto in cui fare con calma, fuori dai percorsi abituali della Milano più frequentata. Anche il fatto che esteticamente sia essenziale, non mi disturba affatto.

Altri ‘puntelli’ gastronomici da segnalare?
Ho una grande passione per la pizza, e in particolare apprezzo tantissimo quella di Lievità. Anche il gelato mi tenta parecchio, specie quello di Pavè, davanti al Tribunale. E da portare a casa per una cena come si deve, i ravioli del Pastificio Bertoni di via Canonica, gestito da due cugini che hanno rilevato la storica attività dei genitori. E ancora Macelleria Sirtori, ma ci andavo più spesso prima che cambiasse un po’ lo stile.

Per mestiere ti occupi di indagini, appunto, e alcuni dei casi che hai trattato finora nel tuo podcast e nei tuoi libri hanno avuto come sfondo proprio Milano. Se volessimo immaginare un ‘tour’ milanese dedicato alla cronaca nera, quale potrebbe essere un giro sensato? 
Milano è stata la “capitale del crimine” negli anni 70 e 80 e, oltre a questo, è una città stracolma di luoghi legati a misfatti. Sarebbe sorprendente fare il tour delle bische clandestine dell’epoca di Francis Turatello: posti impensabili, appartamenti in affitto all’interno di palazzi qualsiasi, dove si giocava alla roulette o a chemin de fer e ne se succedevano di ogni. Proprio davanti alla Rai, per esempio, c’era un citofono “Club dei pittori” tramite cui si accedeva a una vera e propria bisca. E poi penso alla celebre bisca di Brera, a quella di via Savona e a quella all’aperto, all’Arena, dove ogni notte ci si ritrovava per giocare a dadi a soldi illuminati solo dai fari delle automobili. E ancora, ai locali – o meglio, i dancing – gestiti da Lello Liguori, re della notte milanese, e frequentati dalla malavita così come da imprenditori, giornalisti e attori. Chiuderei il tour al Carcere di San Vittore, dove nell’aprile del 1980 ci fu una grande fuga di 20 detenuti, tra cui Renato Vallanzasca (di cui racconta anche nel suo ultimo libro, Canti di guerra, ndr), e in Piazza Vetra, che a fino agli inizi degli anni 90 era un’area infrequentabile per via dello spaccio e della criminalità. Assurdo pensarci adesso.

Abiti a Milano praticamente da sempre: in cosa hai visto cambiare, apprezzandolo, la nostra città e a quale novità invece ti sei arreso a malincuore?
Milano è a tutti gli effetti una grande capitale europea, avanti in tutto quello che succede: apprezzo che sia così vivace e interessante. Ma, ahimè, oramai c’è la tendenza a mangiare e basta. Ogni 10 metri c’è un bar o un ristorante; solo per fare un esempio, Paolo Sarpi è diventato un luna park dello street food. Basterebbe anche meno.

Un’istituzione milanese a cui sei particolarmente legato, che ha resistito nel tempo e per cui fai il tifo?
Una grande istituzione per me è San Siro: non vorrei mai e poi mai che fosse abbattuto o sostituito.

Sappiamo bene che a Milano esiste solo una squadra…
Confermo. Ma al di là di questo è proprio uno stadio bellissimo, storico.

C’è invece un locale o un luogo che hanno chiuso e che ti dispiace “non ce l’abbia fatta?”. 
Per quanto riguarda luoghi simbolo spariti, senza dubbio voglio citare la prima ‘discoteca rock’ d’Italia, il Rolling Stone. E così tutti i locali che frequentavo da giovanissimo e a cui ero legato: il baretto di Sant’Eustorgio, il Pois e l’Odissea 2001.

C’è un posto dove riesci a lavorare al podcast che non sia casa tua o l’ufficio?
No, mi distraggo troppo e alla fine non combino nulla: lavoro da casa e basta.

Il quartiere a cui sei più affezionato e quello, invece, dove ti rechi solo se proprio necessario. 
Il quartiere a cui sono più affezionato è quello di Gambara, sconfinando verso San Siro, dove sono cresciuto e dove ho passato i primi 30 anni della mia vita: via Rembrandt e via Rubens sono terre di grandi ricordi. Ogni tanto torno a fare dei giri in moto per vedere come sono cambiate le cose, come è ora la casa in cui vivevo… Invece, non ho grandi quartieri a cui sono avverso, mi piacciono tutti: semplicemente, non ho molta attitudine a frequentare zone nuove tipo Citylife, o molto lontane rispetto a dove vivo, come Lambrate o Città Studi

Un grande pregio e un odioso difetto di Milano.   
Milano, come ti dicevo, intercetta tutto ciò che avviene in altre città d’Europa, e in questo secondo me risiede la sua forza maggiore; il grande difetto è che, anche per via dell’inquinamento, il cielo non è mai azzurro azzurro, ma quasi sempre opaco. E poi ci sono troppe macchine, troppe!

Dalle tue parole, comunque, Milano sembra proprio piacerti tanto…
Sì, assolutamente. A me Milano piace tantissimo, mi considero abbastanza innamorato.

C’è un luogo a Milano che ti ispira riflessione e intimità e dove magari ti rechi per stare un po’ con te stesso o prendere una decisione importante? 
Per nostalgia torno nella mia vecchia zona, oppure vado a fare un giro al Parco Sempione.

A quale città, straniera o italiana, vorresti rubare qualcosa per Milano?
Da New York ruberei l’atmosfera musicale, ma mi piacerebbe far arrivare qualcosa anche dalle bellezze di Parigi, Londra, Barcellona. Da ogni città si potrebbe prendere qualcosa, così come altre città potrebbero attingere da Milano, che alla fine a mio avviso non ha molto da invidiare ad altre capitali europee.

Il primo posto dove porteresti un tuo amico in visita?
Se gli volessi far capire subito come è Milano lo porterei in centro al sabato pomeriggio, per mostrargli come sia in grado di attirare gente da tutte le parti. Per un appuntamento più tranquillo, invece, sceglierei le strade di Brera al mattino prestissimo, quando non sono ancora troppo frequentate né occupate dall’odiosa pratica dei buttadentro dei suoi ristoranti.

Per mestiere scrivi e in qualche modo sei parte dell’élite culturale di questa città: ci sono luoghi legati alla cultura – musei, gallerie o teatri – che ti piace frequentare?
Oramai forse ci siamo abituati, ma la Pinacoteca di Brera o il Museo della scienza e della tecnica sono incredibili, così come le tante mostre che di continuo animano la vita culturale della nostra città. Per il cinema, invece, scelgo l’Anteo, ci vado spesso.

La gita fuori porta che consiglieresti per cambiare un po’ aria.
Mi piace andare a Morimondo, per via della sua abbazia – un posto strano che non sembra così vicino a Milano -, anche perché c’è un ristorante molto buono. In alternativa l’Oltrepò pavese, un altro luogo in cui sto un gran bene.

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I posti del cuore di Michele Masneri a Milano /michele-masneri-intervista/ /michele-masneri-intervista/#respond Thu, 14 Sep 2023 06:00:30 +0000 /?p=60183 Michele Masneri racconta a Conosco un posto il rapporto che lo lega a Milano, i suoi posti del cuore e tutto quello che gli piace (o non gli piace) in città.

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Tra le mie folgorazioni giornalistiche, e poi editoriali, Michele Masneri ha sicuramente un ruolo di spicco. Dopo essermi goduta i suoi articoli su IL del Sole 24 Ore e Rivista Studio (ora me li godo principalmente su Il Foglio, invece), ho letto d’un fiato il suo Steve Jobs non abita più qui, romanzo per me fenomenale – nonché divertentissimo – sulla California.

Nato a Brescia, un presente romano con diverse incursioni, lavorative e sentimentali, qui a Milano, Masneri riesce a guardare alla città con il giusto distacco e un’obiettività di questi tempi rara, ma sempre con un’ironia unica nel suo genere. Qui racconta a Conosco un posto il rapporto che lo lega a Milano, i suoi posti del cuore e tutto quello che gli piace (o non gli piace) in città.

Michele Masneri Intervista
Michele Masneri | © Massimo Sestini

Iniziamo con brio, dai. A giudicare da diversi tuoi articoli (cito, tra i molti, un delicatissimo “Contro Milano” pubblicato nel 2019 per Il Foglio, ma anche il tuo contributo per niente enfatico alla guida sulla città di Iperborea o una domanda, sempre per Il Foglio ma all’inizio di quest’anno: “Milano è diventato un brand di lusso che i milanesi non possono più permettersi?”), il tuo rapporto con la città non sembra idilliaco. Quali sono i suoi principali limiti che riscontri? 
Quando ho scritto il primo pezzo nel 2019 in cui mettevo in dubbio che Milano fosse la città più bella e inclusiva del mondo sembrava che avessi bestemmiato in chiesa. Oggi, invece, che è molto di moda criticarla, mi sento di difenderla. I limiti di Milano oggi sono le sue dimensioni: è troppo piccola per la funzione che si è scelta, quella di capitale moderna di un paese occidentale, dunque deve decidersi a fare il grande salto, inglobare altre realtà, diventando come la grande Londra, col vantaggio dei treni ad alta velocità che portano in mezz’ora nelle città vicine.

Credo che questo sia l’unico futuro possibile, anche perché altrimenti la città come sappiamo scoppia. Anche gli altri limiti sono un po’ collegati a questa sua dimensione, e nondimeno alla sua autoreferenzialità, data dall’eccesso di marketing e comunicazione. A Milano tutto è collegato, tutti si parlano addosso, è come se ci fosse un ufficio stampa in perenne lavoro sulla città, un perenne pubblicizzarla – al mondo ma anche a sé stessi – e questo meccanismo dopo un po’ crea un cortocircuito.

Sulla questione dei prezzi delle case, di cui si è discusso anche recentemente, cosa pensi?
Credo che ci sia un problema reale di alloggi (ma le case popolari dipendono dalla Regione, non dal Comune) e credo anche che non sia Milano il vero problema. Il problema è l’Italia, un paese dove si fa finta che guadagnare 1200 euro magari con metà stipendio in nero sia normale. Con quei soldi riesci a camparci a Benevento, con la casa di famiglia e il cibo che ti porta la mamma. A Milano, dove i prezzi delle case sono quasi da capitale europea, gli stipendi – parliamo soprattutto di professioni creative – rimangono però i 1200 di Benevento, e allora salta tutto. In Italia c’è un clamoroso problema di salari, che nessuno vuole affrontare.

Quando vieni in città cosa cerchi di evitare? 
I bar coi buttadentro di Corso Como, i ristoranti del centro per i pranzi di lavoro, con la cotoletta asfittica e i managerini dall’aria entusiasta. E poi i taxi, ma quello è facile, perché non se ne trovano. Rimane per me davvero un mistero come i sindaci di sinistra (non solo di Milano ma anche di Roma) non facciano una battaglia per liberalizzare il settore e introdurre servizi come Uber e Lyft come nei paesi civili. Tanto i tassisti, a sinistra, non votano comunque. 

Punti di forza, invece, secondo te ce ne sono, e se sì quali?

Tantissimi. Da abitante di Roma mi commuove il senso del decoro, i portinai che si lavano il marciapiede davanti al mattino. E poi lo spirito dei milanesi, la loro tigna. Pur con qualche esagerazione che sfocia nel macchiettismo, chi ha deciso di vivere a Milano ha stretto una specie di patto, ci sta per seguire un suo qualche sogno, o progetto, o ambizione, e il risultato è l’energia che circola. A volte tutto questo diventa un po’ ridicolo, sono tutti CEO presso se stessi, ma in generale è comunque meglio di una città come Roma dove tutti sembrano invece arresi a un destino ineluttabile, tutti occupati in una specie di recita della “città bellissima”, a fotografare i tramonti sulle rovine di duemila anni fa.

Una cosa che porteresti di Roma, la città in cui vivi, a Milano? 
Un po’ di verde, di cui a Milano sento la mancanza, e un po’ di sciatteria, che è il core business romano. Non tutto può essere brandizzato, non tutto va valorizzato e comunicato. Un po’ di sciatteria è democratica. 

E l’inverso, invece: cosa ti piacerebbe portare a Roma, da Milano? 
Come dicevo, un po’ di senso civico, e di entusiasmo. Anche di serietà. Non c’è bisogno di essere sempre simpatici. 

Quali sono i quartieri milanesi che apprezzi maggiormente? 
Quando sto a Milano sto a NoLo (non ridere), dove abita il mio fidanzato. Poi mi piace corso Magenta, dove avevo dei cugini ricchi che abitavano in via Ariosto nello stesso palazzo di Loredana Berté, e a noi parenti campagnoli di Brescia (dove sono cresciuto) ci sembrava Hollywood. Poi mi piace molto Sarpi, forse perché a Roma abito all’Esquilino, che è un po’ simile (ma molto più sgarrupato, perché siamo a Roma). E mi piace il Naviglio, soprattutto estremo, dove c’è ancora la nebbia.  

Passiamo in rassegna 4 locali per altrettanti 4 momenti della giornata: dove vai per colazione, pranzo, aperitivo e cena? 
Per la prima colazione vado da Cucchi se sono in zona. A pranzo da Fola se sono a NoLo, oppure prendo la metro della speranza, vado magari a (anzi scusa, “in”) Porta Venezia, da Casa Cipriani se paga qualcun altro, rigorosamente a piano terra, per vedere i ricchi. L’aperitivo non saprei proprio, non lo faccio.  A cena mi piacciono i vecchi ristoranti tipo La nuova Arena in piazza Lega Lombarda.

C’è un collega o una collega che secondo te sa raccontare Milano meglio di tutti?
Tu ovviamente!

Immagino che, facendo parte in qualche modo dell’”élite culturale” di questo Paese, ti capiti di frequentare luoghi di aggregazione con colleghi giornalisti o scrittori. Dove andate? 
Ah ah, ti ringrazio per l’élite. Io preferisco la definizione “fascia alta dei morti di fame”. In realtà sai che su questo Roma batte Milano di brutto? A Roma stanno tutti sotto casa mia, all’Esquilino, a Casa Dante. A Roma c’è una densità di scrittori/giornalista per metroquadro che Milano se la sogna. Comunque, forse direi le presentazioni da Verso, oppure certe cene a casa di Piero Maranghi in zona Santa Maria delle Grazie.

Ci sono altri luoghi legati alla cultura in città – musei, gallerie o teatri – che ti piace frequentare? 
Per prima la casa museo di Achille Castiglioni in piazza Castello, posto meraviglioso per passeggiare nello studio di uno dei grandi maestri del design italiano. Tra l’altro credo che siano sotto sfratto, sarebbe veramente uno scandalo se questo succedesse, Milano deve assolutamente impedirlo. Poi mi piace sempre la Triennale. E un museo dal fascino vecchiotto come quello della Scala. 

Il primo posto dove porteresti un tuo amico in visita? 
Al ristorante della Fondazione Prada, non perché sia il mio posto preferito ma perché secondo me dà un’idea abbastanza precisa della città oggi. 

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I posti del cuore di Daria Bignardi a Milano /i-posti-del-cuore-di-daria-bignardi-a-milano-intervista/ /i-posti-del-cuore-di-daria-bignardi-a-milano-intervista/#respond Wed, 29 Mar 2023 06:00:14 +0000 /?p=55925 Daria Bignardi racconta a Conosco un posto il rapporto che la lega a doppio filo con Milano, i suoi posti del cuore e tutto quello che le piace (o non le piace) in città.

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Nella scrittura di questa intervista potrei risultare un po’, come dire, parziale. Daria Bignardi è stata per anni, ed è tuttora, un mio grande riferimento professionale: giornalista, autrice, conduttrice televisiva e radiofonica e scrittrice, Bignardi ha ideato programmi cult come Tempi Moderni e Le Invasioni Barbariche, di cui non mi perdevo una puntata, e ha cambiato pelle più volte, a proprio agio alla conduzione del primo Grande Fratello così come nel ruolo di autrice di romanzi contemporanei, da quello d’esordio – il mio preferito – Non vi lascerò orfani, sino al suo titolo più recente, Libri che mi hanno rovinato la vita.

Emiliana di nascita, trasferitasi in città poco più che ragazzina, Bignardi si può dire abbia Milano ormai nel suo dna: partendo dai primi passi mossi all’ombra della Madonnina, tra Mecenate e Porta Romana, fino al ‘suo’ quartiere ormai da tempo, Solari, e passando per l’impegno civile in carcere, i suoi posti del cuore, gli slanci di riconoscenza e le idiosincrasie, racconta a Conosco un posto il rapporto che la lega a doppio filo con la nostra città.

Daria Bignardi Intervista Conosco un posto
Un ritratto di Daria Bignardi | © Riccardo Piccirillo

Partirei con te dal quartiere che ci unisce – e che mi ha permesso, qualche volta, di scorgerti per strada oppure sul mitico tram 10, un tempo 29. Perché hai scelto Solari per vivere, cosa ti piace e ti tiene ‘lì’? 
Io ci vivo sul 10, se non vado in bicicletta. Ci vado in radio quando piove, cioè quasi mai, o a prendere la Rossa a Conciliazione o la Verde a Sant’Agostino. Il tram numero 10 è molto simpatico. 
Ho sempre vissuto in questa parte di Milano: due anni in Corso Vercelli, otto in Porta Genova, otto in via San Vittore e ora da quasi quindici in Solari. Sono capitata qui perché stavamo cercando casa, era nata la seconda figlia, e ne ho vista una coi soffitti alti che mi ricordava quella dei miei nonni, in campagna, e mi sono innamorata. Così ho pascolato entrambi i figli al Parco Solari: il primo andandoci da Porta Genova e la seconda da via Dezza. In Porta Genova stavo benissimo, è una zona più divertente di Solari che è molto tranquilla ma un po’ più noiosa. 

Ci sono altre zone di Milano a cui sei legata e altre invece che non apprezzi particolarmente? 
Ho abitato anche sei anni in piazza Gramsci ora che ci penso, e anche lì stavo benissimo. Paolo Sarpi non era ancora mondana come adesso e mi piaceva un sacco via Canonica, così allegra e familiare. Da quelle parti, sul Parco Sempione, c’è anche la Triennale, con quella bella libreria, e il Teatro dell’Arte. 
Ho vissuto soltanto due mesi in un’altra zona di Milano, molti anni fa: via Tiraboschi. In un monolocale di via Tiraboschi ebbi il mio primo attacco di panico (ne ho avuti solo quattro per fortuna) e da allora mi sento sempre un po’ a disagio da quelle parti. Ci vado solo per andare al Teatro Parenti o al Teatro Carcano. 
Invece quando sono arrivata a Milano, ventenne, abitavo con altri quattro ragazzi, tutti genovesi, in una traversa di via Mecenate e andavo al lavoro in via Torino col tram 24. Un giorno di gennaio ci fu una leggendaria nevicata e la città si fermò ma io andai a piedi da via Mecenate a via Torino camminando in mezzo metro di neve per sette chilometri. Ci misi più di un’ora e arrivai fradicia fino alle ginocchia, entusiasta della mia impresa, ma in redazione non c’era nessuno. 

Un altro aspetto che mi sembra ci accomuni è questa maledetta ansia: più volte hai dichiarato di averci fatto pace e di aver imparato a gestirla negli anni, ma è comunque una parola molto presente nei tuoi libri. C’è un posto a Milano in grado di lenire un po’ questo stato d’animo, tranquillizzare e investirti, invece, di un’energia positiva? 
Bè il Naviglio la mattina presto o in certi pomeriggi freddi dei giorni feriali mi piace sempre, e anche via Vigevano mi mette di buon umore: hai presente la vecchia pasticceria Fugazza di via Vigevano, gestita da Giampiero e sua madre? Anche Corso San Gottardo e via Meda mettono allegria, e la zona attorno alla Chiesa di San Cristoforo. Quando i figli erano piccoli oltre al Parco Solari andavamo spesso sul trenino del Parco Sempione e ai giochi di Porta Venezia: ora  ci vado soprattutto in autunno a salutare i Ginkgo Biloba quando diventano gialli. 

Vivi a Milano da ben 39 anni, quindi si può dire che tu ormai la conosca assai bene. Nei cambiamenti che hai avuto modo di osservare, come la giudichi? Com’è la Milano in cui hai scelto di trasferirti da ragazza e com’è quella in cui ti ritrovi a vivere ora? 
Milano era piuttosto diversa da ora nei primi anni Ottanta, gli anni degli yuppies: io che arrivavo dall’ “Emilia paranoica” dei CCCP mi sentivo un pesce fuor d’acqua. Però Milano è stata generosa con me, ci sono sempre stata bene, ho lavorato, cresciuto due figli, e tutto ha più o meno funzionato. Milano è una città solidale, molto più di quanto sembri. 
Oggi mi sembra solo un po’ invecchiata. Noto in giro pochi bambini e tanti anziani. E tantissimi bar con gli happy hour  che da ragazza vedevo solo negli Stati Uniti e mi sembravano l’emblema del capitalismo. Piace anche a me bere l’aperitivo eh, ma mi sembra che tutto ruoti intorno a quello. Sarà perché esco meno io. Una volta bazzicavo qualche centro sociale: il Leoncavallo, il Conchetta, Macao. Ora no, ma mi mancano. 
Alla fine mi sa che il posto che ho frequentato più continuativamente in questi anni è stato il Carcere di San Vittore. Purtroppo è peggiorato anche quello, e non per via dei suoi direttori. Una volta era sia Istituto di Pena che Casa Circondariale, che vuol dire che ci stavano sia i detenuti con le pene definitive che quelli in attesa di giudizio. E in qualche modo i primi aiutavano gli ultimi arrivati. Ora ci sono dei raggi, quelli dove stanno i più giovani, messi proprio male, con tante persone che hanno problemi psichiatrici. L’anno scorso a San Vittore c’è stato il record dei suicidi, a pari demerito con la Casa Circondariale di Foggia. Ma è il sistema penitenziario che non funziona in Italia, non San Vittore. 

C’è un difetto che proprio non le perdoni?
Che non si senta mai il profumo della natura e che non ci sia il mare. E quasi mai il vento. E che i cieli con le nuvole siano  rari. Ho trovato geniale l’idea di Andrea Capaldi, non a caso napoletano, di fondare il centro sociale Mare Culturale Urbano. Ci ho fatto anche uno spettacolo, ma è un po’ lontano da casa mia, se no ci andrei più spesso. Mi piace anche la  Galleria Vistamare di via Spontini. 

Saper raccontare le città è senza ombra di dubbio un dono, e spesso Milano è citata nei tuoi romanzi. Quali sono gli autori e le autrici che secondo te eccellono in questo e che magari ti hanno ispirato anche nelle righe più ‘cittadine’ dei tuoi libri? 

Giorgio Bassani è Ferrara in ogni riga. E pensa che non la amava per niente, ma Ferrara è una città molto letteraria. L’incipit di Elio Vittorini di Conversazione in Sicilia è pura Milano, anche se lui veniva da Siracusa. Ha abitato tanti anni a Milano, è morto in via Gorizia mi pare. Dino Buzzati, bellunese cresciuto a Milano, che ha studiato al Parini, ha scritto libri più milanesi dei milanesi, basti pensare a Un amore. I miei romanzi più milanesi sono L’acustica perfetta, che ha come protagonista e voce narrante un professore d’orchestra, primo violoncello della Scala, di nome Arno, e Santa degli impossibili, che è ambientato proprio tra Solari e San Vittore. La protagonista si chiama Mila, non a caso, e a un certo punto dice “Milano mi somiglia. Va di fretta, sembra che non si affezioni a nessuno, ma non è così”. Anche in Oggi faccio azzurro c’è parecchio Carcere San Vittore: la protagonista frequenta il coro del reparto La Nave, che è al Terzo Raggio. 

Ma andiamo nello specifico, quattro locali per altrettanto quattro momenti della giornata: dove ti piace andare per colazione, pranzo, aperitivo e cena? 
Il caffè buono è alla Torrefazione di Corso Vercelli, ma preferisco un ginseng al baretto sotto la radio, il Caffè Sempione, per scambiare due chiacchiere coi baristi che sono simpaticissimi. A pranzo sono andata per anni al Fiore, in via Savona, ma il preferito è La Brisa, in via Brisa. Si sta bene anche alla Cascina Nascosta, al Parco Sempione, se riesci a trovarla, ma ormai l’ho capito. Per l’aperitivo resto in zona: o al Growler o da Bulloni. A cena non esco quasi mai, andare al ristorante la sera mi fa un po’ tristezza. Se proprio devo vado vicino a casa: all’Antica di via Montevideo, ai Binari, all’Hana, che è un ottimo giapponese in via Paolo Giovio. 

Hai un appuntamento romantico col tuo compagno: dove ti fa felice andare con lui, e in generale con la tua famiglia? 
Vado a periodi. Un periodo ero innamorata della Trattoria il Casottel. Poi di un ristorante che ora hanno chiuso, in via Vigevano, al Taglio. L’ultimo compleanno siamo andati al Ponte Rosso. Lo so sui locali non ti do molta soddisfazione vero? Il fatto è che per me è sì importante come si mangia ma soprattutto il clima che c’è, la simpatia e la gentilezza di chi ci lavora, quanto mi ci sento a mio agio, quindi finisco per andare sempre nei soliti posti.  

Il primo posto dove porteresti un tuo amico in visita?  
Con gli amici stranieri vado sul classico, tipo allo Spazio Niko Romito in piazza Duomo e poi gli propongo di salire sul tetto del Duomo dopo pranzo. Con quelli italiani dipende: l’ultima ospite l’ho portata in quella buonissima trattoria vegana in Felice Casati, La Colubrina, e poi a fare un giro  tra Villa Necchi, Pac e Palazzo Reale. Anche la Pinacoteca Ambrosiana mi piace sempre: il cesto di frutta di Caravaggio mi parla, anche se non ho ancora capito cosa mi dice. E naturalmente la Pinacoteca di Brera. Insomma sono un po’ old school

Mangiare bene i piatti della tua terra d’origine, l’Emilia, a Milano è possibile? 
Non lo so! Avrai capito che non sono tanto preparata sui locali. Ma fanno un’ottima pasta fresca al Pastificio Irma, in via Angelo Mauri. E per il brodo dei tortellini, a Natale, solo Macelleria Zan, in via Caravaggio. 

Se Milano fosse un “libro che ti ha rovinato la vita”, quale sarebbe? 
La vita agra di Luciano Bianciardi, ma in bene, per quanto possibile. 

Rimanendo in tema, quali sono le librerie che preferisci in città? 
La Libreria Gogol in via Savona, Verso in Ticinese, il Trittico in Via San Vittore ma anche la Hoepli e la Cortina. E La Feltrinelli in Stazione Centrale, la mia sala d’attesa preferita. 

E, da lettrice ‘forte’ quale sei, c’è un posto in cui ti piace leggere, sia all’aperto o in un locale, per esempio?
Sai che preferisco leggere sul mio divano? Invece mi piace scrivere, nei bar, ma d’estate e non a Milano. 

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I posti del cuore di Linus a Milano /i-posti-del-cuore-di-linus-a-milano/ /i-posti-del-cuore-di-linus-a-milano/#respond Tue, 21 Feb 2023 06:00:14 +0000 /?p=55861 Abbiamo chiesto a Linus, voce e colonna portante di Radio Dj, qualche impressione su Milano e i suoi posti del cuore in città. Scopriteli tutti in questa intervista!

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La sua voce tiene compagnia, da decenni, a milioni di italiani: colonna portante di Radio Dj, Linus è anche espressione di una certa milanesità, frutto di tutta una vita passata all’ombra della Madonnina. Gli abbiamo chiesto qualche impressione sulla ‘sua’ Milano e di raccontarci i suoi posti del cuore in città. Scopriteli tutti in questa intervista!

linus Radio Dj Intervista Conosco un posto
Un ritratto di Linus

Sei cresciuto a Paderno Dugnano: cosa porti con te dei tuoi primi anni in provincia e qual è la Milano ‘di quei tempi’ a cui sei più affezionato? 
Era una Milano un po’ via Gluck, in bianco e nero, poche macchine, molta umanità, tanta nebbia, tanti accenti. Molto concreta direi, meno “aspirazionale”.

Qual è la zona che invece ora ti piace di più, se è cambiata da allora e, in generale, quali sono i punti di forza che riconosci a Milano? 

Trovo belle ma un po’ artefatte le nuove piazze, da City Life a Gae Aulenti, ma era inevitabile. Preferisco (movida a parte) la pedonalizzazione dell’Arco della Pace. I grattacieli sono uguali dappertutto, la storia per fortuna no. La forza di Milano? Di essere un Davide che pensa da Golia, in fondo è una piccola città con una grande personalità.

Passiamo alla pars destruens: da cittadino, ci sono invece dei nei di Milano che proprio non comprendi o comunque degli aspetti con cui fai fatica a convivere? 
Fondamentalmente quelli tipici del nostro Paese, le lungaggini burocratiche che portano ad appalti insensati e quindi a lavori infiniti. Tutto quello che è pubblico purtroppo risente di queste complicazioni. E un po’ di confusione nelle scelte legate alla viabilità, per dirla in maniera educata…

Milano, nonostante tutto, continua a rimanere rilevante. Azzardando un paragone con il tuo lavoro, come si riesce, dopo tanti anni, a continuare a essere rilevanti per così tante persone? 
Mettendo il “meglio” al centro del proprio percorso. Sincronizzandosi con il ritmo del mondo in cui siamo immersi. C’è sempre margine di miglioramento in tutto quello che facciamo, per capirlo bisogna sempre mettersi nei panni degli altri, del pubblico come dei cittadini. E magari, con un pizzico di umiltà, vedere come gli altri risolvono problemi che ci sono comuni.

Spesso le vostre cene di redazione sono al ristorante romano di Porta Romana, Un Sacco Bello: cosa ti piace di questa insegna? 
È un posto folle dove si mangia benissimo. Sembra impossibile, di solito i posti divertenti hanno menu scadenti, e invece Davidino (il proprietario, ndr) nella sua follia è molto rigoroso. In più, è rimasto un dj nell’anima, quindi quell’aria caciarona è in realtà figlia di una scaletta ben studiata.

Ma andiamo nello specifico, quattro locali per altrettanto quattro momenti della giornata: dove ti piace andare per colazione, pranzo, aperitivo e cena? 
Per colazione scelgo uno di quei bar storici milanesi con i camerieri anziani in giacca bianca. A pranzo sto leggero, devo lavorare, e vado da LùBar, in via Palestro: metà Sicilia e metà Valle della Loira. Invece, odio gli aperitivi: Milano li ha creati, Milano li ha rovinati. Montagne di cibo spazzatura e di chiacchiere da Instagram. Per cena, mi piace un ristorante indiano vicino Brera, in via Montebello, il Cittamani. Se hanno convinto me, che sono metodico come un dodicenne…

Hai un appuntamento romantico con tua moglie: dove ti fa felice andare con lei, e in generale con la tua famiglia? 
Il nostro ristorante di riferimento è il Ribot, ci andiamo da trent’anni, i miei figli ci sono cresciuti. D’estate specialmente, con il grande giardino, si sta benissimo.

E quando invece cerchi un po’ di pace, magari per prendere una decisione importante, dove vai? 
A Gaggiano, mezz’ora da Milano, dal mio amico Paolo. L’Antica Trattoria Gerli, ma tutti la chiamano “il polletto”. Cucina classica ma qualità altissima (da poco ha aperto un avamposto anche a Milano, ndr). E sembra di essere in vacanza.

Il primo posto dove porteresti un tuo amico in visita? 
Alla Terrazza sopra la Triennale, tutta Milano in un colpo solo.

La tua passione per la corsa non è un mistero: quali sono i tuoi percorsi preferiti per correre in città? 
Ho la fortuna di vivere in una zona dove i posti per correre non mancano, dalla Montagnetta a Trenno, al parco delle Cave. Ma il mio preferito è il Bosco in Città, un luogo pazzesco, fedele al suo nome.

Un’ultima, doverosa, domanda, visto che viaggi parecchio: a quale città che hai visitato, straniera o italiana, vorresti ‘rubare’ qualcosa per Milano? 
In generale a quelle figlie di una politica costruttiva e illuminata. Due su tutte, Valencia e Rotterdam. L’ultima in particolare. C’ero stato vent’anni fa per un concerto degli U2 ed era una classica, tetra città industriale. Adesso è spettacolare, un’opera d’arte, contemporanea e calda al tempo stesso.

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I posti del cuore di Marco Missiroli a Milano /i-posti-del-cuore-di-marco-missiroli-a-milano/ /i-posti-del-cuore-di-marco-missiroli-a-milano/#comments Thu, 26 Jan 2023 06:00:42 +0000 /?p=55074 Lo scrittore Marco Missiroli ci racconta la 'sua’ Milano e tutti i suoi posti del cuore in città!

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Se nel 2015, mentre leggevo Atti osceni in luogo privato, mi avessero detto che un giorno di gennaio 2023 avrei intervistato Marco Missiroli, mi sarei messa a ridere. In quell’anno, quel libro è stato per me il libro, l’ho sottolineato, regalato e ho costretto a leggerlo più o meno chiunque. Poi, ho iniziato a seguirlo sui social, lui ha ricambiato, e addirittura una volta l’ho incontrato in fila per rinnovare il certificato elettorale.

Missiroli, classe 1981 con cui condivido il sangue romagnolo e il segno dell’Acquario, è uno dei nomi di punta dell’industria libraria italiana degli ultimi anni, e da Atti osceni in luogo privato ha pubblicato altri due libri: Fedeltà e Avere tutto. Arrivato a Milano nel 2005, ha girato la città in lungo e in largo sul suo fedele motorino, abitando prima a Loreto, poi in Porta Romana e infine in via Eustachi.

Oggi racconta a Conosco un posto il suo rapporto, da innamorato, con Milano, i suoi posti del cuore, ma anche i progetti futuri – con uno spoiler anche parecchio importante – e un desiderio condiviso.

Marco Missiroli | © Mattia Zoppellaro



Dai, leviamoci dall’imbarazzo subito: durante la presentazione del tuo ultimo romanzo hai detto che Wagner e De Angeli non ti piacciono. Casualmente, è proprio la zona dove abito io. Che ti ha fatto di male questo quartiere? 
(ride). Nulla di personale, o anzi tutto di personale: anni fa, appena arrivato da Rimini e con pochissimi amici, mi lasciai con la mia fidanzata del tempo. Con lei vivevo a Loreto, e per provare a staccarmi cercai la mia nuova casa dalla parte opposta esatta di Milano, tra Wagner e Buonarroti. Provavo una solitudine assoluta, che mi stava mangiando, e questa ricerca era al contempo molto dolorosa. Questo è il motivo: comunque, mi capita di tornare in zona per andare alla Feltrinelli di Piazza Piemonte oppure al tennis lì vicino.

Ci sono altri quartieri che ‘non ti arrivano’ o che invece, al contrario ti piacciono molto? 
Nella prima categoria metterei Isola e Citylife. Isola, pur essendo iper milanese, mi sembra anche molto poco milanese: mi ricorda, almeno negli intenti, i tempi universitari di Bologna, l’allegria a tutti i costi. Ma Milano-la-grassa non ce la vedo, mi sembra forzata, paradossalmente è come se mi mettesse tristezza addosso. Citylife invece mi trasmette un sentimento di grande freddezza. Tutto il resto invece mi piace: Porta Romana – la lentezza, le chiese, la pizza che mangio lì -, Porta Venezia, un po’ per adozione, e poi Nolo, perché vengo da lì ancora prima che si chiamasse così.

In Fedeltà, i due protagonisti chiamano ‘malinteso’ il dubbio che ha incrinato il loro matrimonio. Pensi che, da riminese arrivato a Milano quando era già grande, la percezione che spesso si ha di Milano sia basata su qualche malinteso? 
Totalmente. Milano è costruita essa stessa su un malinteso fortissimo: che è una città grigia, fatta di palazzacci, di lavoro e di isolamento. Anche lo stereotipo della Milano da bere anni 80 resiste ancora, in qualche riverbero provinciale. Da esperienza, ti direi che servono almeno tre anni per rompere questo malinteso, all’inizio la solitudine milanese, è innegabile, c’è. Ma poi Milano pompa una energia sotterranea unica, e sa nasconderti: ti permette di avere segreti e di costruirne altri.

Se Rimini e Milano fossero due donne, come le definiresti? 
Rimini me la immagino come una signora allegra o una ragazza antica, dipende da che verso la prendi. Milano invece è una fidanzata per la vita, complessa, dolce e poi crudele: con lei ho una grande storia d’amore.

I tuoi libri hanno Milano dentro, Atti osceni e Fedeltà sono entrambi ambientati qui, e i protagonisti sembrano starci bene. Nella tua ultima fatica, Avere tutto, al protagonista invece sembra che Milano vada stretta. Questo cambiamento rispecchia in qualche modo anche il tuo sentire nei confronti della città oppure no? Hai bisogno di pause di riflessione?
No, sono completamente bigamo. A Rimini ci torno volentieri e, come il protagonista di Avere tutto, se ci dovessi tornare per forza ci tornerei. Ma Milano è la mia città: non sogno la pensione altrove, come dire, e la tipica quiete riminese non fa per me. Voglio l’avventura milanese che sa trasformarti col suo ribollire di opportunità e cose da fare.

Al di là delle polemiche di cui spesso è al centro, quali pensi siano i suoi limiti e invece quali i suoi punti di forza? 
Partiamo dal presupposto che non credo che chi vive a Milano sia costretto a farlo. Le discussioni sul tema con gli amici che si lamentano io le chiudo sempre in maniera un po’ tranchant: “Vattene, nessuno ti obbliga a restare”. Poi è ovvio, ci sono tante cose da migliorare: l’ambiente, in primis, ma ci stanno lavorando. La viabilità e le piste ciclabili, altro punto su cui c’è assai da fare. E poi, in assoluto, la questione abitativa: l’immobile è il vero problema. Le case costano troppo, in centro riescono a stare solo le persone ricche di famiglia, o chi è riuscito a ritagliarsi un trincea economica o chi fa sacrifici al millimetro. Milano ha una forza centrifuga che tende a sbatterti fuori per via di regole interne molto dure. Però, a livello di arte e cultura siamo straordinari, e poi c’è l’energia di cui ti parlavo e di cui non potrei mai fare a meno.

Nella tua descrizione di Milano sei sempre stato fedele, chirurgico. Come hai vissuto il pressappochismo della serie Netflix (Fedeltà, dall’omonimo libro di Missiroli, ndr) con cui la città era raccontata  – anche solo a livello visivo -, in maniera davvero sommaria e a tratti addirittura inesatta?
Le regole cinematografiche son quelle, il gioco di location è pazzesco e in qualche modo ci devi stare: il cinema fa dire una cosa e poi ti mette davanti un portone, banalmente, che non c’entra nulla. Ma non mi ha particolarmente infastidito: non ho mai voluto mettere mezza parola sulla trasposizione cinematografica di Fedeltà, anzi. Ho chiuso ogni occhio possibile, mi son messo sul divano e ho cercato di godermela come se non fosse stata ‘mia’, come se fosse un figlio che accompagni con gli occhi quando lascia casa. Fedeltà, poi, trovo che sia un libro ingirabile. Cosa diversa per Atti osceni e per Avere tutto. Entrambi, spoiler, diventeranno presto un film, e in entrambi ci metterò le mani.

Ti sei ispirato a qualche autore o autrice nello specifico per raccontare la città? Quali sono i tuoi riferimenti ‘geografici’ quando si parla di descrivere l’ambiente in cui si muovono i tuoi personaggi?
Sicuramente ho preso ispirazione da Dino Buzzati, la camminata che faceva lui da Porta Romana è al centro di diversi suoi romanzi tra cui Un amore, che adoro. Come metodologia, invece, mi ha molto aiutato Giorgio Fontana, mio amico fraterno. Da lui ho imparato che Milano non puoi raccontarla in maniera generica. Parli di una strada in particolare? Devi dirne il nome.

Ma andiamo nello specifico, iniziando dai bar. Hai detto di aver scritto Fedeltà al Refeel in Porta Romana. Non so perché ma non riesco a immaginarti lì. Lo hai scelto per prossimità o per altre ragioni? Ci sono altri bar in cui ti piace andare a bere qualcosa? 
Refeel è stato il mio ufficio, in pratica, per un sacco di anni, perché vivevo lì. Se devo scegliere un bar, però, ti dire il Circolo San Luis, dove vado a scrivere insieme agli anziani del circolo Arci, e poi il Dabass, dove si beve (e si sta) bene.

Va bene, dai, l’aperitivo e il dopocena ce li abbiamo. Passiamo in rassegna 3 locali per altrettanti 3 momenti della giornata: dove vai per colazione, pranzo e cena? 
Per la colazione, in settimana, scelgo Le Vert Bistrot in via Eustachi, un vero bistrot francese. Mentre nel weekend, con la famiglia, andiamo da Egalitè. Per pranzo ti farei i nomi de La Giara in viale Monza, Giordano il bolognese in Colonne, e Giannasi. Per cena, invece, opto per due sushi, Wicky’s, per le occasioni e Blue Nami, per tutti i giorni. E poi, l’italiano The Kitchen in via Scarlatti e la trattoria de la Trebbia, per la cotoletta.

Mangiare bene romagnolo a Milano è possibile?
Da quando hanno aperto La Esse Romagnola e Marè un po’ sì.

Nei tuoi romanzi c’è tanta vita sentimentale: dove vai a Milano per una rendez-vous romantico?
In casa. Milano ha delle case stupende. 

E quando invece cerchi un po’ di pace, magari per prendere una decisione importante?
Al Parco di Palestro oppure nelle Cinque Vie. Tra la Chiesa di San Maurizio, via San Vittore al Teatro e via San Maurilio c’è qualcosa di geologico e ancestrale che lo rende il punto più importante di Milano a livello spirituale in questo momento. Mi aiuta molto, quando ne ho bisogno.

Passiamo un momento alla Milano culturale: fai parte della nuova wave di romanzieri italiani, dunque immagino che ti capiterà di frequentare luoghi di aggregazione con qualcuno dei tuoi colleghi. Un tempo si andava al Jamaica, oggi dove va l’elite culturale milanese, ammesso che esista e che si incontri?
Ebbene no, non esistono salotti milanesi. A differenza di Roma, per esempio, qui si assiste all’isolamento e alla solitudine culturale. Ci si incontra nelle case, principalmente. Spero che questo possa cambiare presto, e in questo senso Tommaso Sacchi (Assessore alla cultura di Milano, ndr) sta provando a fare molto lavoro. Però, si sente comunque la mancanza di movimenti non istituzionali, più intimi, dal basso. Ci provano talvolta alcune librerie, come Gogol&Company o Verso, ma trovo sia una goccia nel mare. 

Ci sono altri luoghi legati alla cultura – musei, gallerie o teatri – che ti piace frequentare?
Il Museo del Novecento è un posto eccezionale, magnifico, anche solo per passeggiare. E poi la Triennale – forse ha un ambiente un po’ freddo, andrebbe riscoperta, ma ci arriveremo – e il Teatro Franco Parenti, epicentro culturale per eccellenza.

Il primo posto dove porteresti un tuo amico in visita?
Gli farei fare una passeggiata da corso di Porta Romana fino al Duomo, passando da San Calimero, e poi San Marco e Garibaldi, fino ad arrivare in Gae Aulenti.

A quale città, straniera o italiana, vorresti rubare qualcosa per Milano?
A Stoccolma ruberei il meraviglioso verde che la circonda da ogni parte, a Lisbona la decadenza artistica e ad Amsterdam l’attenzione per i ciclisti e le biciclette.

Ultimissima domanda: nel tuo ultimo libro si parla di questo benedetto milione di euro. Se domani lo avessi in tasca, cosa ne faresti? 
Ti rispondo solo se mi rispondi anche tu. (ok, ma inizia tu). Mi comprerei un buen retiro da qualche parte (noooo, mi hai rubato la risposta), un ultimo piano a Parigi nel decimo arrondissement (io forse una bella casa nell’entroterra marchigiano).

Oltre al sangue romagnolo, la passione per la scrittura, e al segno dell’Acquario, con Missiroli abbiamo scoperto un altro punto d’incontro: l’amore per le case. E per Milano, ça va sans dire.

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I posti del cuore di Giuliana Matarrese a Milano /i-posti-del-cuore-di-giuliana-matarrese-a-milano/ /i-posti-del-cuore-di-giuliana-matarrese-a-milano/#respond Thu, 22 Sep 2022 06:00:08 +0000 /?p=49687 La giornalista Giuliana Matarrese ci racconta la 'sua’ Milano e tutti i suoi posti del cuore in città!

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Nata in Puglia, “rinata a Milano”, un po’ qui e un po’ a Firenze, Giuliana Matarrese di mestiere fa la giornalista e si occupa principalmente di moda per svariati quotidiani e riviste italiane e straniere. Ma definirla soltanto così sarebbe riduttivo perché, chi la segue su Instagram lo sa, Giuliana è anche una grande appassionata di musica, di cinema e di costume, oltre a bere sempre buon vino e a lanciarsi, privatamente con me, in grandi conversazioni su uomini e amore. Nel caleidoscopio dei suoi interessi, abbiamo voluto indagare sul suo rapporto con Milano e sui suoi posti del cuore qui in città…ecco quali sono!

Giuliana Matarrese
Giuliana Matarrese | © Claudia Ferri

Iniziamo dai fondamentali. Colazione, pranzo, aperitivo e cena: quattro posti a Milano?
Colazione: Pavé, con brioche zenzero e gianduia, e come direbbe Cate, si vola via. Pranzo: la boulangerie Egalitè in via Melzo. Ci sono pochissimi posti che si interessino in maniera seria della cucina francese a Milano, e lì puoi comprare da asporto, pane, vini, burro e acciughe (la mia tetralogia di riferimento nella vita) o mangiare taglieri di salumi e formaggi, e appunto, il godurioso croque monsieur. Poi difficile star vigili alla scrivania ma ne è valsa la pena. Mi racconto che non era altro che un toast…
Aperitivo: un buon bicchiere di vino alla Bottiglieria Bulloni, classico milanese dove respirare l’atmosfera della Milano degli anni 60, quella dei Trani a go-go di cui cantava Giorgio Gaber, condito del minimo necessario, olive e patatine. Il concetto di aperi-cena mi fa orrore già dall’onomastica.
Cena: Immorale in porta Venezia, location intima, selezione di vini perfetta, piatti elaborati sui quali si vede che c’è una ricerca, senza essere inutilmente concettuali.

Una cena romantica: dove? 
Al Garghet, sotto natale, al tavolo vicino al pianoforte, nel piatto il classico “orecio d’elefante” ( alla faccia dell’eleganza della cena romantica ma va bene così). Se invece voglio qualcosa con un’atmosfera più riservata c’è la Locanda Perbellini con il suo sublime vitello t’onnato – al pari del suo, secondo la mia opinione personale, solo quello di Trippa – oppure anche, un po’ più defilato, in Pagano, ma delizioso, Insieme

Qual è il tuo quartiere del cuore a Milano? 
Il mio è Porta Romana, come anche quello di Giorgio Gaber, che le dedicò una canzone (parliamo degli anni sessanta, quel quartiere all’epoca era periferico e prossimo alla campagna, nel video lui era ripreso mentre era sul tram, suppongo il 9 che passa per Viale Premuda e Viale Montenero, che nostalgia). Oggi il quartiere è chic (e infatti gli affitti sono stellari) e però nelle vie laterali di viale Montenero ci sono una serie di chicche, di solito ristoranti piccoli e intimi, ma anche una proposta di cucina internazionale di livello, dalla greca di Vasiliki a quella russa e georgiana di Veranda. Per andare a bere c’è il The Spirit, entri e sembra di essere in un club privato anni 20, di quelli da hotel di lusso, non gli speakeasy polverosi che però vanno assai di moda (nulla contro gli speakeasy, credo solo sia un concetto che la città ha già troppo sfruttato, rifacendosi sempre allo stesso schema estetico). 

Dove vai a Milano se vuoi stare da sola, magari per prendere una decisione importante?
Ho un animo un po’ crepuscolare e tendente alla malinconia, quindi mi sento a mio agio passeggiando per i viali del cimitero Monumentale. Lo so, pare uno stereotipo da pixie girl con frangia à la Zooey Deschanel che ascolta gli Smiths , però il Monumentale, a parte avere un valore storico inestimabile, è una fonte infinita di informazioni. Osservare le statue e le edicole, soffermarsi su delle foto particolarmente evocative, immaginarsi come devono essere state le vite degli altri, e non solo di quelli più famosi ricordati nel Famedio ( ogni tanto però passo a salutare Gaber e Alda Merini) mi distrae. A volte quando dobbiamo prendere decisioni importanti mettiamo sulla bilancia tanti di quegli elementi razionali da farci assalire dall’ansia, e serve solo svuotare la testa, e far parlare “la pancia”. Quindi, farmi una passeggiata lì, e, appunto, cancellare ogni preoccupazione, mi serve per poi affrontare la scelta a mente fredda. Di solito mi è andata bene…

C’è un posto a Milano verso cui nutrivi grandi aspettative e che invece ti ha deluso?
Risale a qualche tempo fa magari nel frattempo è cambiato tutto. Avevo molte aspettative rispetto a Saigon, il ristorante vietnamita in via Archimede. Amo la cucina vietnamita e pur essendo Milano, le scelte correlate sono poche, a me viene in mente solo Vietnam mon amour, ad esempio. Da Saigon sono andata appena aperto, e pur apprezzando l’interior design, non ho trovato nessun piatto particolarmente indimenticabile, il servizio assai affettato, da locale “wannabe”, e i prezzi quelli sì abbastanza alti, anche prima che divenisse proibitivo uscire a cena a Milano per più di due sere a settimana. Non ci sono mai più tornata, e sono ancora alla ricerca del mio vietnamita preferito in città.

Parliamo di moda, visto che è parte del tuo lavoro. Dove consiglieresti uno shopping un po’ fuori dai ‘soliti nomi’?
Sono da sempre fan del vintage. Milano da quel punto di vista è una chicca assoluta perché permette di trovare dei pezzi interessanti a prezzi abbordabili. In Chinatown però c’è da un paio d’anni un posto molto carino, si chiama Orient Express: di giorno vintage shop con selezione interessante di pezzi, la sera bar dove bere champagne, con degli angolini interni che guardano molto ad un certo design eclettico degli Anni 70, mi ci immagino già Monica Vitti e Gassman coppia vivace che si punzecchia ironicamente bevendo dai calici, in compagni di amici…

Il tuo mestiere immagino ti imponga anche di lavorare da fuori: c’è un posto che non sia casa o la redazione in cui riesci a farlo meglio che altrove?
Appena arrivata a Chinatown, e ancora priva di un tavolo dove lavorare, mi sono ritrovata in Librosteria, il bar libreria in piazza Cesariano. Ho passato lì interi pomeriggi rilassati e anche assai produttivi, il locale aveva aperto da un paio d’anni forse, non era ancora noto. Da allora è diventato il mio bar di quartiere, anche se poi, complice lo spazio importante della piazza, il locale è diventato frequentatissimo, forse troppo (Cate non è che lo hai inflazionato tu?) mentre io, finito di lavorare, amavo spostarmi al bancone a chiacchierare con i tre soci proprietari Ricky, Michele e Nacho. Oggi lo frequento meno anche perché ho cambiato casa, ma i ragazzi, quando passo di lì, mi obbligano ancora bonariamente a fermarmi per un bicchiere di vino, in onore dei vecchi tempi, e di tt quei pomeriggi e quegli infiniti caffè. 

A quale città, straniera o italiana, vorresti rubare qualcosa per Milano
Milano è una città che dal punto di vista enogastronomico credo possegga l’offerta più variegata possibile in Italia. Nonostante ciò, a volte, è vittima dei trend, delle tendenze, e nascono tanti locali uno più instagrammabile dell’altro, che però sono privi di personalità. Capisco che oggi il successo di un locale passi anche dall’hype che si genera sui social, ma se c’è solo quello, il giorno dopo si abbassa la serranda. A Firenze, dove vivo da qualche mese, c’è il problema opposto perché al fiorentino, come ristoratore e cliente, non interessa proprio rincorrere le tendenze. Ecco, senza essere eccessivi, mi piacerebbe vedere anche aprire meno locali in un mese, non 20 nuove aperture tutte molto simili, ma 5 pensate per durare. 

Il più grande pregio e il più gran difetto di questa città?
Milano? É una città che ti dà tanto, ma in cambio ti chiede tutto.

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I posti del cuore di Giulia Valentina a Milano /giulia-valentina-intervista/ /giulia-valentina-intervista/#respond Sat, 14 Mar 2020 20:00:37 +0000 /?p=20181 Negozi, bar, ristoranti, quartieri: abbiamo chiesto a Giulia Valentina tutti i suoi posti del cuore a Milano! Ecco quali sono!

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Chi la segue su Instagram lo sa: Giulia Valentina è uno dei profili più ‘entertaining’ del web, con le sue Stories con i suoi cani, le lezioni di inglese dei TGIG e i momenti più disparati della sua vita che decide di condividere. Qui le abbiamo chiesto i suoi posti del cuore, dai ristoranti ai negozi fino ai luoghi per ricaricare le pile: ecco i suoi indirizzi preferiti a Milano!

Giulia Valentina Intervista
Un ritratto di Giulia Valentina | © Giulia Valentina

Colazione, pranzo, aperitivo e cena: quattro posti a Milano? 
Per colazione cerco posti vicino al parco, che abbiano il caffè filtrato. Quindi direi LùBar, Pandenus e California Bakery, dove fanno uno yogurt con granola, miele e frutti rossi insuperabile. Per pranzo mi piace moltissimo Carminio a Brera, che non conoscono in tanti, ma che mi ha conquistata con la signora che lo gestisce e con il suo ambiente rustico e chic. Un’altra ottima opzione, anche per il take away, è La Forchetta Verde, una gastronomia da asporto che serve ottimo cibo vegano. Altre ottime alternative per un pranzo veloce: i panini di De Santis e la pizza al tegamino di Meucci, due dei miei guilty pleasures. Per l’aperitivo direi Dry, The Yard e 1930: per entrare in quest’ultimo dico sempre che sono amica di Mika, che mi ci ha portato per la prima volta. Per cena, invece, penso a U Barba: per cenare qui sono disposta addirittura a prendere un Uber! Altrimenti, mi trovo sempre bene da Ba Asian Mood in via Ravizza, Dal Bolognese, anche grazie al suo contesto meraviglioso, e da Filippo La Mantia.

Una cena romantica: dove? 
Potrà suonare banale, ma il mio ‘safe place’ è senza dubbi il Bulgari. Qui mi sento sempre a mio agio, rilassata: per me il vero lusso è quello della tranquillità. Qui conosco chi lavora, posso arrivarci a piedi, e soprattutto, se l’appuntamento va male, so come si fa a scappare dal retro!

Qual è il tuo quartiere del cuore a Milano? 
Senza ombra di dubbio, Brera. Da questa zona puoi a piedi andare al parco Sempione o nel Quadrilatero, è pieno di negozi belli da raggiungere passeggiando, e poi quando c’è il Salone del Mobile diventa un quartiere unico.

Dove vai a Milano se vuoi stare da sola, magari per prendere una decisione importante?
Da Gogol&Company: ci ho passato ore a studiare la tesi, i proprietari sono super gentili e ci sono diversi angoli in cui si può stare in solitudine, compresa una stanza con un gran divano per rilassarsi. È il mio posto positivo.

E se vuoi andare a ballare dove vai?
Erano anni che non andavo a ballare, ma l’ultima volta, qualche mese fa, sono stata a La Boum e mi sono super divertita, è stata una rivelazione.

Shopping: dove vai a scegliere i tuoi outfit?
Anche per i negozi, per me è fondamentale conoscere chi ci lavora, sentirmi ‘a casa’. Il posto del cuore per lo shopping, in questo senso, è Antonioli: lì mi aiutano a capire cosa mi sta bene e mi raccontano la storia dietro a ogni capo, caratteristica che per me è impagabile. E poi chi mi segue lo saprà: i Fratelli Galantino sono il mio fruttivendolo del mio cuore! Per i profumi invece direi 50ml, per la cartoleria Rigadritto e per fare qualche regalo Raw.

Capitolo trucco e parrucco: hai qualche posto prezioso da consigliare?
Due i nomi imprescindibili: il salone Lepri, coi prodotti Aveda, e Davide Diodovich.

Viaggi molto: a quale città straniera, invece, vorresti rubare qualcosa per Milano?
Vorrei molto trovare anche a Milano tutti quegli adorabili cafè del Marais, a Parigi!

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I posti del cuore di Roberto Marone di Otto a Milano /roberto-marone-otto-intervista/ /roberto-marone-otto-intervista/#respond Tue, 08 Oct 2019 12:38:22 +0000 /?p=17584 Ci siamo seduti con Roberto Marone, uno dei fondatori di Otto, celebre locale in città: in questa intervista ci racconta i suoi luoghi del cuore a Milano!

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Tutti conoscono Otto, locale in piena Chinatown, che non abbiamo mancato di consigliarvi in più occasioni. Forse non in molti, però, conoscono i loro proprietari. Uno di questi è Roberto Marone, napoletano di nascita ma ormai milanese a pieno titolo, che in questa intervista ci ha raccontato cosa pensa di Milano e i suoi luoghi del cuore in città: con lui abbiamo parlato dei suoi locali preferiti (uno era proprio quello in cui ci siamo incontrati), del ‘suo’ quartiere e di quello (inaspettato) dove aprirebbe il prossimo locale. 

Intervista_Marone_Otto
Roberto Marone | © Sanjeshka

Inizamo parlando di Otto. “Un posto per quando vuoi uscire, rimanendo a casa”, recita il benvenuto sul sito, è questo che ti ha ispirato?
Sì, è nato prima lo slogan e credo che con Otto siamo riusciti a creare questa situazione, almeno dai commenti che ci arrivano. I milanesi cercano sempre di più questa formula, in cui sentirsi più a contatto con il luogo in cui scelgono di andare, anche se allo stesso tempo all’inizio sono sempre un po’ straniti dal fatto che gli si lasci libertà di muoversi nello spazio, di sedersi dove gli pare, di compilare un foglio per ordinare. Però, dopo il primo momento di spaesamento, la sensazione è quella di sentirsi liberi di fare quello che si preferisce.

Otto è diventato il luogo di ritrovo di parecchi giornalisti e scrittori e ha anche ospitato diversi appuntamenti di approfondimento: come è nato questo legame e cosa significa per il locale?
Avevamo iniziato con l’idea di fare eventi e attività culturali di diverso tipo, poi ci siamo resi conto che questa cosa era difficile da gestire, perché le persone che rispondevano erano troppe, probabilmente non solo per merito nostro ma perché la città ha molta fame di eventi e serate interessanti. Dopo le prime volte in cui sono arrivate le forze dell’ordine per contenere l’afflusso, abbiamo pensato che avremmo dovuto fare delle cose più piccole. Avremmo voluto prendere il locale di fronte per farlo diventare uno spazio eventi ma non ci siamo riusciti. A quel punto abbiamo deciso di inventarci dei contenuti che non fossero eventi di un giorno e così abbiamo pensato di fare la rivista, Otto Pagine, una vetrina d’arte, delle borse per sostenere la causa green. A un certo punto avevamo addirittura pensato di fare un documentario su Via Sarpi, ma non abbiamo ancora trovato un regista. Insomma, abbiamo esplorato diverse tipologie di attività culturali che non richiedessero però un appuntamento. Siamo anche in una zona ad alta densità residenziale quindi ogni volta che facciamo un evento si presentano dei problemi.

Hai nominato il vostro magazine, Otto Pagine, di cosa si tratta?
Ogni numero di Otto Pagine è un unico racconto di uno scrittore su un luogo del mondo con caratteristiche peculiari. Ad esempio, ne abbiamo fatto uno su Cufra, il paese a sud della Libia dove arrivano i migranti prima di imbarcarsi. Un altro lo abbiamo fatto su un’isola del Pacifico che sta scomparendo. Un unico racconto che leggi al bar mentre stai bevendo il tuo caffè. Il prossimo sarò scritto dallo scrittore Antonio Pascale.

Negli ultimi anni abbiamo assistito al ritorno di locali a gestione italiana a fianco alle tante attività cinesi che hanno storicamente modellato la zona. A che punto è l’integrazione nel quartiere?
C’è una netta differenza tra i nati qui e i non nati qui. Non c’è una via di mezzo, se sei nato qui sei integrato al 100%, altrimenti zero. La seconda generazione è praticamente milanese, e ricca: a differenza della maggior parte delle altre etnie, il cinese nato in Italia non cerca lavoro, al massimo crea posti di lavoro aprendo attività. Per questo motivo cinesi di seconda generazione aprono attività e contribuiscono a riqualificare la zona.

Ora parliamo un po’ degli altri: quali sono i tuoi tre ristoranti preferiti di Milano?
Il posto dove mangio sempre è un locale molto alla mano che si chiama Cirispaccio, in via Canonica. È un posto napoletano dove mangio un’ottima mozzarella e una parmigiana buonissima. Poi mi piace molto Pescetto, trovo che sia un format molto riuscito. E poi amo questo posto (siamo da 10 Corso Como Café, ndr), per me resta ancora quello più bello di Milano. Non ha eguali e soprattutto non ha tempo: non diresti che è un posto del 1991, sembra ancora modernissimo. È un posto speciale.

Se non avessi aperto Otto, quale altro locale di Milano avresti voluto aprire tu?
Te ne dico due: Pavè e Temakinho. Penso possa essere facile avere una buona idea, ma ciò che ammiro nelle persone che hanno aperto questi locali è che sono riusciti a trovare un’idea facilmente scalabile e replicabile. Tra l’altro, Pavè lo ha fatto sapendosi anche differenziare (Pavè Birra, Pavè Gelati & Granite, Pavè Break, ndr). Quando abbiamo aperto il nostro locale non abbiamo visto così lungo, e ora mi rendo conto di come Otto sia difficilmente replicabile. Questa cosa è allo stesso tempo il bello e il limite di Otto. Al massimo possiamo pensare a uno spin-off. Insomma. non vorrei aprire un posto necessariamente “bello” ma un posto rilevante da un punto di vista imprenditoriale.

Sei napoletano. C’è un posto a Milano che sa riportati ai sapori della tua terra?
Anche qui te ne dico due: uno si chiama Trattoria Caprese, all’Isola. L’altro è quello di cui ti parlavo prima, il Cirispaccio.

Qual è il tuo piatto milanese preferito e dove lo mangi meglio?
La cotoletta all’Antica Trattoria della Pesa.

Qual è il tuo quartiere preferito di Milano? 
Sarpi, senza ombra di dubbio. È un quartiere in cui per molto tempo puoi camminare senza che ci sia il traffico delle auto. Io non amo le macchine.

Il quartiere dove apriresti il prossimo locale?
Un quartiere che secondo me ha un grandissimo potenziale oggi è Dergano. Come è successo per NoLo, tanta gente che non può permettersi di vivere in zone più centrali si sta trasferendo a Dergano, che in realtà è a un tiro di schioppo da Isola. È un quartiere molto carino, con una comodissima fermata della metro gialla. Non credo molto nel quartiere della Fondazione Prada, non amo quei palazzoni, mentre Dergano è un paesino integrato nella città.

Milano vive spesso di trend, anche nel campo gastronomico. Secondo te quale potrebbe essere il prossimo?
Io non capisco niente di cibo. Guarda Otto, non ha un piatto identificativo, da noi conta più la forma che il prodotto. Quindi non so rispondere, anche se è una domanda molto interessante perché Milano è effettivamente così: è arrivato l’hamburger e sembrava che dovessimo mangiare hamburger tutti i giorni, poi è arrivato il poke e tutti fan del poke. Questo la dice lunga sulla dinamicità dell’economia di Milano, di come questa città riesca a fare investimenti rinnovandosi. In altre città se apri un’hamburgeria e va bene te la tieni, la lasci a tuo figlio, a tuo nipote e così via. A Milano se hai un’hamburgeria e ti va bene dopo cinque anni la vendi e apri una pokeria. E questa è una cosa che a ma piace molto perché è sintomo di uno spirito della città estremamente dinamico. Se non ti piace questo spirito non ti piace Milano.

Un posto a Milano dove vai per passare un po’ di tempo con te stesso?
Un posto dove vado spesso ultimamente quando voglio fare una passeggiata per staccare dalla mia vita è il cortile della Fondazione Prada. Anche se non devo andare a vedere una mostra, vado lì perché quel posto ha un silenzio che è così strano e mi sembra di trascorrere un momento surreale.

Una gita fuori porta? Io vado in barca in Liguria e basta. Per me la gita fuori porta esiste solo se c’è il mare, se no non ha senso. Da qualche mese ho una barca a Rapallo, prima affittavo un gommone. Sono proprio napoletano in questo. Quando ero piccolo avevo un piccolo gommone a Napoli, mi svegliavo alle 6 di mattina per prendere il treno e arrivare al mare per uscire col gommone. Per me il weekend è solo in acqua.

Ultima cosa: una sola parola per descrivere Milano.
Una sola parola è difficilissimo. Ti racconto un aneddoto divertente: una volta un tassista napoletano, nostalgico come tutti noi napoletani, mi disse: “Napoli è come una donna bellissima ma che non ti dà sicurezza, tu te la sposeresti una così? Ti innamori ma non te la sposi. Milano invece è come una donna un po’ meno appariscente, che la prima sera non ti dice niente ma poi pian piano ti piace e quando torni a casa sei contento che ci sia lei”. Ecco, Milano è affidabile.

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I posti del cuore di Luca Sofri a Milano /luca-sofri-intervista/ /luca-sofri-intervista/#respond Thu, 25 Jul 2019 07:00:57 +0000 /?p=16856 Il giornalista Luca Sofri, fondatore e direttore de Il Post, ci racconta qui la sua visione di MIlano e i suoi (pochi) luoghi preferiti in città!

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Su queste pagine raccontiamo i posti del cuore di diversi personaggi, alcuni dei quali ci ispirano quotidianamente nel nostro lavoro. Uno di questi è senza dubbio il giornalista Luca Sofri, fondatore e direttore di una delle nostre testate online preferite, Il Post. Toscano di nascita, ma a Milano da ormai vent’anni, Sofri ci racconta qui la sua visione della città e i suoi (pochi) luoghi preferiti in città.

Luca Sofri

Partiamo dalla buona cucina: quali sono i tuoi ristoranti preferiti di Milano?
Premetto di avere una scarsissima sensibilità gastronomica. Motivo per il quale, quando scelgo dove andare, cerco più che altro luoghi belli, accoglienti, luminosi e, quando possibile, all’aperto. Sono particolarmente affezionato a due locali che rispecchiano questa descrizione: il Living all’Arco della Pace, che frequentavo spesso quando la redazione de Il Post era in zona, e Otto in via Paolo Sarpi.

Una cena romantica col tuo amore: dove la porti?
Romanticismo per me è pane, al massimo crostini, prosciutto e una salsiccia cruda. Per questo, per un incontro romantico scelgo spesso La Mia Toscana in Sant’Agostino, un posto molto alla mano, che somiglia più a un ripostiglio che a un locale, dove però mi sento molto a mio agio e dove si mangiano più che altro piatti della tradizione lucchese.

Hai una figlia, con cui immagino uscirai: i luoghi del cuore per una giornata in famiglia?
Emilia mangerebbe soltanto sushi, quindi di solito andiamo al ristorante giapponese. Oppure, ancora una volta da Otto.

Il quartiere dove ha sede Il Post, Tortona, è quello in cui passi la maggior parte del tempo: quali sono, per te, i posti più validi in zona, in una giornata ideale che va dalla colazione al dopocena?
All’Osteria del Binari siamo praticamente di casa, da sempre. Ultimamente, invece, siamo diventati spasmodici consumatori di poke, quindi spesso usciamo a prenderlo da I Love Poke in via Tortona. Altrimenti, anche Esco mi piace molto. L’aperitivo in cui concludere la giornata, invece, lo facciamo al Morna. 

Il tuo quartiere del cuore sia in centro che, eventualmente, in periferia?
Partiamo da un presupposto: sono affezionato a Milano, ma non ci vado matto. Quelli che dicono che Milano sia bella un po’ se la raccontano. In ogni caso, da quando sono qui ho sempre abitato tra via Savona e Solari, quindi direi che in particolare apprezzo questo quartiere.

Perché Pensi Milano non sia bella?
Innanzitutto parte svantaggiata: non esiste nessuna grossa città europea senza l’acqua, e invece Milano non ha né un fiume né un mare. Poi, in generale, non credo che ci siano angoli di particolare meraviglia, ecco.

Il tuo mestiere immagino ti imponga anche di lavorare da fuori: c’è un posto che non sia casa o la redazione in cui riesci a farlo meglio che altrove?
Anni fa, prima che lo devastassero con una serie di insensati accrocchi, andavo spesso al caffè della Triennale. Ma ora non è più possibile lavorarci, quindi scelgo un po’ a caso.

Devi prendere una decisione importante: il luogo magico dove riflettere e ricaricare le pile? 
A casa. Anche su questo ho una cosa da dire su Milano: è una città che non é costruita per passare facilmente del tempo. 

Qual è la tua città preferita nel mondo e cosa le ruberesti da portare a Milano?
Le mie città preferite cambiano spesso. Ora é Londra: le ruberei il Tamigi, per passeggiarci a fianco, mettermi lì e guardarlo.

Il più grande pregio e il più gran difetto di questa città?
Il pregio che teorizzo da tanto tempo è che non ci sono milanesi, a differenza di quasi tutte le altre città italiane qui i locali quasi non si percepiscono. Motivo per cui è una città cosmopolita, in cui non sentirsi estranei perché lo sono tutti. Il difetto principale è che mancano posti davvero belli dove stare piacevolmente per strada. 

Ormai sei a Milano da molti anni: qual è il cambiamento che hai avuto modo di vivere e che ti ha più lasciato impressionato?
La Car2go. E i monopattini. Quando un amico mi viene a trovare, un giro su un mezzo di locomozione ‘sharing’ è assicurato.

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