Interview – Conosco un posto https://godsgift.cyou Thu, 26 Jan 2023 08:08:59 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.8.5 /wp-content/uploads/2024/10/Conosco-un-posto_favicon_256x256.png Interview – Conosco un posto https://godsgift.cyou 32 32 I posti del cuore di Marco Missiroli a Milano /i-posti-del-cuore-di-marco-missiroli-a-milano/ /i-posti-del-cuore-di-marco-missiroli-a-milano/#comments Thu, 26 Jan 2023 06:00:42 +0000 /?p=55074 Lo scrittore Marco Missiroli ci racconta la 'sua’ Milano e tutti i suoi posti del cuore in città!

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Se nel 2015, mentre leggevo Atti osceni in luogo privato, mi avessero detto che un giorno di gennaio 2023 avrei intervistato Marco Missiroli, mi sarei messa a ridere. In quell’anno, quel libro è stato per me il libro, l’ho sottolineato, regalato e ho costretto a leggerlo più o meno chiunque. Poi, ho iniziato a seguirlo sui social, lui ha ricambiato, e addirittura una volta l’ho incontrato in fila per rinnovare il certificato elettorale.

Missiroli, classe 1981 con cui condivido il sangue romagnolo e il segno dell’Acquario, è uno dei nomi di punta dell’industria libraria italiana degli ultimi anni, e da Atti osceni in luogo privato ha pubblicato altri due libri: Fedeltà e Avere tutto. Arrivato a Milano nel 2005, ha girato la città in lungo e in largo sul suo fedele motorino, abitando prima a Loreto, poi in Porta Romana e infine in via Eustachi.

Oggi racconta a Conosco un posto il suo rapporto, da innamorato, con Milano, i suoi posti del cuore, ma anche i progetti futuri – con uno spoiler anche parecchio importante – e un desiderio condiviso.

Marco Missiroli | © Mattia Zoppellaro



Dai, leviamoci dall’imbarazzo subito: durante la presentazione del tuo ultimo romanzo hai detto che Wagner e De Angeli non ti piacciono. Casualmente, è proprio la zona dove abito io. Che ti ha fatto di male questo quartiere? 
(ride). Nulla di personale, o anzi tutto di personale: anni fa, appena arrivato da Rimini e con pochissimi amici, mi lasciai con la mia fidanzata del tempo. Con lei vivevo a Loreto, e per provare a staccarmi cercai la mia nuova casa dalla parte opposta esatta di Milano, tra Wagner e Buonarroti. Provavo una solitudine assoluta, che mi stava mangiando, e questa ricerca era al contempo molto dolorosa. Questo è il motivo: comunque, mi capita di tornare in zona per andare alla Feltrinelli di Piazza Piemonte oppure al tennis lì vicino.

Ci sono altri quartieri che ‘non ti arrivano’ o che invece, al contrario ti piacciono molto? 
Nella prima categoria metterei Isola e Citylife. Isola, pur essendo iper milanese, mi sembra anche molto poco milanese: mi ricorda, almeno negli intenti, i tempi universitari di Bologna, l’allegria a tutti i costi. Ma Milano-la-grassa non ce la vedo, mi sembra forzata, paradossalmente è come se mi mettesse tristezza addosso. Citylife invece mi trasmette un sentimento di grande freddezza. Tutto il resto invece mi piace: Porta Romana – la lentezza, le chiese, la pizza che mangio lì -, Porta Venezia, un po’ per adozione, e poi Nolo, perché vengo da lì ancora prima che si chiamasse così.

In Fedeltà, i due protagonisti chiamano ‘malinteso’ il dubbio che ha incrinato il loro matrimonio. Pensi che, da riminese arrivato a Milano quando era già grande, la percezione che spesso si ha di Milano sia basata su qualche malinteso? 
Totalmente. Milano è costruita essa stessa su un malinteso fortissimo: che è una città grigia, fatta di palazzacci, di lavoro e di isolamento. Anche lo stereotipo della Milano da bere anni 80 resiste ancora, in qualche riverbero provinciale. Da esperienza, ti direi che servono almeno tre anni per rompere questo malinteso, all’inizio la solitudine milanese, è innegabile, c’è. Ma poi Milano pompa una energia sotterranea unica, e sa nasconderti: ti permette di avere segreti e di costruirne altri.

Se Rimini e Milano fossero due donne, come le definiresti? 
Rimini me la immagino come una signora allegra o una ragazza antica, dipende da che verso la prendi. Milano invece è una fidanzata per la vita, complessa, dolce e poi crudele: con lei ho una grande storia d’amore.

I tuoi libri hanno Milano dentro, Atti osceni e Fedeltà sono entrambi ambientati qui, e i protagonisti sembrano starci bene. Nella tua ultima fatica, Avere tutto, al protagonista invece sembra che Milano vada stretta. Questo cambiamento rispecchia in qualche modo anche il tuo sentire nei confronti della città oppure no? Hai bisogno di pause di riflessione?
No, sono completamente bigamo. A Rimini ci torno volentieri e, come il protagonista di Avere tutto, se ci dovessi tornare per forza ci tornerei. Ma Milano è la mia città: non sogno la pensione altrove, come dire, e la tipica quiete riminese non fa per me. Voglio l’avventura milanese che sa trasformarti col suo ribollire di opportunità e cose da fare.

Al di là delle polemiche di cui spesso è al centro, quali pensi siano i suoi limiti e invece quali i suoi punti di forza? 
Partiamo dal presupposto che non credo che chi vive a Milano sia costretto a farlo. Le discussioni sul tema con gli amici che si lamentano io le chiudo sempre in maniera un po’ tranchant: “Vattene, nessuno ti obbliga a restare”. Poi è ovvio, ci sono tante cose da migliorare: l’ambiente, in primis, ma ci stanno lavorando. La viabilità e le piste ciclabili, altro punto su cui c’è assai da fare. E poi, in assoluto, la questione abitativa: l’immobile è il vero problema. Le case costano troppo, in centro riescono a stare solo le persone ricche di famiglia, o chi è riuscito a ritagliarsi un trincea economica o chi fa sacrifici al millimetro. Milano ha una forza centrifuga che tende a sbatterti fuori per via di regole interne molto dure. Però, a livello di arte e cultura siamo straordinari, e poi c’è l’energia di cui ti parlavo e di cui non potrei mai fare a meno.

Nella tua descrizione di Milano sei sempre stato fedele, chirurgico. Come hai vissuto il pressappochismo della serie Netflix (Fedeltà, dall’omonimo libro di Missiroli, ndr) con cui la città era raccontata  – anche solo a livello visivo -, in maniera davvero sommaria e a tratti addirittura inesatta?
Le regole cinematografiche son quelle, il gioco di location è pazzesco e in qualche modo ci devi stare: il cinema fa dire una cosa e poi ti mette davanti un portone, banalmente, che non c’entra nulla. Ma non mi ha particolarmente infastidito: non ho mai voluto mettere mezza parola sulla trasposizione cinematografica di Fedeltà, anzi. Ho chiuso ogni occhio possibile, mi son messo sul divano e ho cercato di godermela come se non fosse stata ‘mia’, come se fosse un figlio che accompagni con gli occhi quando lascia casa. Fedeltà, poi, trovo che sia un libro ingirabile. Cosa diversa per Atti osceni e per Avere tutto. Entrambi, spoiler, diventeranno presto un film, e in entrambi ci metterò le mani.

Ti sei ispirato a qualche autore o autrice nello specifico per raccontare la città? Quali sono i tuoi riferimenti ‘geografici’ quando si parla di descrivere l’ambiente in cui si muovono i tuoi personaggi?
Sicuramente ho preso ispirazione da Dino Buzzati, la camminata che faceva lui da Porta Romana è al centro di diversi suoi romanzi tra cui Un amore, che adoro. Come metodologia, invece, mi ha molto aiutato Giorgio Fontana, mio amico fraterno. Da lui ho imparato che Milano non puoi raccontarla in maniera generica. Parli di una strada in particolare? Devi dirne il nome.

Ma andiamo nello specifico, iniziando dai bar. Hai detto di aver scritto Fedeltà al Refeel in Porta Romana. Non so perché ma non riesco a immaginarti lì. Lo hai scelto per prossimità o per altre ragioni? Ci sono altri bar in cui ti piace andare a bere qualcosa? 
Refeel è stato il mio ufficio, in pratica, per un sacco di anni, perché vivevo lì. Se devo scegliere un bar, però, ti dire il Circolo San Luis, dove vado a scrivere insieme agli anziani del circolo Arci, e poi il Dabass, dove si beve (e si sta) bene.

Va bene, dai, l’aperitivo e il dopocena ce li abbiamo. Passiamo in rassegna 3 locali per altrettanti 3 momenti della giornata: dove vai per colazione, pranzo e cena? 
Per la colazione, in settimana, scelgo Le Vert Bistrot in via Eustachi, un vero bistrot francese. Mentre nel weekend, con la famiglia, andiamo da Egalitè. Per pranzo ti farei i nomi de La Giara in viale Monza, Giordano il bolognese in Colonne, e Giannasi. Per cena, invece, opto per due sushi, Wicky’s, per le occasioni e Blue Nami, per tutti i giorni. E poi, l’italiano The Kitchen in via Scarlatti e la trattoria de la Trebbia, per la cotoletta.

Mangiare bene romagnolo a Milano è possibile?
Da quando hanno aperto La Esse Romagnola e Marè un po’ sì.

Nei tuoi romanzi c’è tanta vita sentimentale: dove vai a Milano per una rendez-vous romantico?
In casa. Milano ha delle case stupende. 

E quando invece cerchi un po’ di pace, magari per prendere una decisione importante?
Al Parco di Palestro oppure nelle Cinque Vie. Tra la Chiesa di San Maurizio, via San Vittore al Teatro e via San Maurilio c’è qualcosa di geologico e ancestrale che lo rende il punto più importante di Milano a livello spirituale in questo momento. Mi aiuta molto, quando ne ho bisogno.

Passiamo un momento alla Milano culturale: fai parte della nuova wave di romanzieri italiani, dunque immagino che ti capiterà di frequentare luoghi di aggregazione con qualcuno dei tuoi colleghi. Un tempo si andava al Jamaica, oggi dove va l’elite culturale milanese, ammesso che esista e che si incontri?
Ebbene no, non esistono salotti milanesi. A differenza di Roma, per esempio, qui si assiste all’isolamento e alla solitudine culturale. Ci si incontra nelle case, principalmente. Spero che questo possa cambiare presto, e in questo senso Tommaso Sacchi (Assessore alla cultura di Milano, ndr) sta provando a fare molto lavoro. Però, si sente comunque la mancanza di movimenti non istituzionali, più intimi, dal basso. Ci provano talvolta alcune librerie, come Gogol&Company o Verso, ma trovo sia una goccia nel mare. 

Ci sono altri luoghi legati alla cultura – musei, gallerie o teatri – che ti piace frequentare?
Il Museo del Novecento è un posto eccezionale, magnifico, anche solo per passeggiare. E poi la Triennale – forse ha un ambiente un po’ freddo, andrebbe riscoperta, ma ci arriveremo – e il Teatro Franco Parenti, epicentro culturale per eccellenza.

Il primo posto dove porteresti un tuo amico in visita?
Gli farei fare una passeggiata da corso di Porta Romana fino al Duomo, passando da San Calimero, e poi San Marco e Garibaldi, fino ad arrivare in Gae Aulenti.

A quale città, straniera o italiana, vorresti rubare qualcosa per Milano?
A Stoccolma ruberei il meraviglioso verde che la circonda da ogni parte, a Lisbona la decadenza artistica e ad Amsterdam l’attenzione per i ciclisti e le biciclette.

Ultimissima domanda: nel tuo ultimo libro si parla di questo benedetto milione di euro. Se domani lo avessi in tasca, cosa ne faresti? 
Ti rispondo solo se mi rispondi anche tu. (ok, ma inizia tu). Mi comprerei un buen retiro da qualche parte (noooo, mi hai rubato la risposta), un ultimo piano a Parigi nel decimo arrondissement (io forse una bella casa nell’entroterra marchigiano).

Oltre al sangue romagnolo, la passione per la scrittura, e al segno dell’Acquario, con Missiroli abbiamo scoperto un altro punto d’incontro: l’amore per le case. E per Milano, ça va sans dire.

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I posti del cuore di Giuliana Matarrese a Milano /i-posti-del-cuore-di-giuliana-matarrese-a-milano/ /i-posti-del-cuore-di-giuliana-matarrese-a-milano/#respond Thu, 22 Sep 2022 06:00:08 +0000 /?p=49687 La giornalista Giuliana Matarrese ci racconta la 'sua’ Milano e tutti i suoi posti del cuore in città!

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Nata in Puglia, “rinata a Milano”, un po’ qui e un po’ a Firenze, Giuliana Matarrese di mestiere fa la giornalista e si occupa principalmente di moda per svariati quotidiani e riviste italiane e straniere. Ma definirla soltanto così sarebbe riduttivo perché, chi la segue su Instagram lo sa, Giuliana è anche una grande appassionata di musica, di cinema e di costume, oltre a bere sempre buon vino e a lanciarsi, privatamente con me, in grandi conversazioni su uomini e amore. Nel caleidoscopio dei suoi interessi, abbiamo voluto indagare sul suo rapporto con Milano e sui suoi posti del cuore qui in città…ecco quali sono!

Giuliana Matarrese
Giuliana Matarrese | © Claudia Ferri

Iniziamo dai fondamentali. Colazione, pranzo, aperitivo e cena: quattro posti a Milano?
Colazione: Pavé, con brioche zenzero e gianduia, e come direbbe Cate, si vola via. Pranzo: la boulangerie Egalitè in via Melzo. Ci sono pochissimi posti che si interessino in maniera seria della cucina francese a Milano, e lì puoi comprare da asporto, pane, vini, burro e acciughe (la mia tetralogia di riferimento nella vita) o mangiare taglieri di salumi e formaggi, e appunto, il godurioso croque monsieur. Poi difficile star vigili alla scrivania ma ne è valsa la pena. Mi racconto che non era altro che un toast…
Aperitivo: un buon bicchiere di vino alla Bottiglieria Bulloni, classico milanese dove respirare l’atmosfera della Milano degli anni 60, quella dei Trani a go-go di cui cantava Giorgio Gaber, condito del minimo necessario, olive e patatine. Il concetto di aperi-cena mi fa orrore già dall’onomastica.
Cena: Immorale in porta Venezia, location intima, selezione di vini perfetta, piatti elaborati sui quali si vede che c’è una ricerca, senza essere inutilmente concettuali.

Una cena romantica: dove? 
Al Garghet, sotto natale, al tavolo vicino al pianoforte, nel piatto il classico “orecio d’elefante” ( alla faccia dell’eleganza della cena romantica ma va bene così). Se invece voglio qualcosa con un’atmosfera più riservata c’è la Locanda Perbellini con il suo sublime vitello t’onnato – al pari del suo, secondo la mia opinione personale, solo quello di Trippa – oppure anche, un po’ più defilato, in Pagano, ma delizioso, Insieme

Qual è il tuo quartiere del cuore a Milano? 
Il mio è Porta Romana, come anche quello di Giorgio Gaber, che le dedicò una canzone (parliamo degli anni sessanta, quel quartiere all’epoca era periferico e prossimo alla campagna, nel video lui era ripreso mentre era sul tram, suppongo il 9 che passa per Viale Premuda e Viale Montenero, che nostalgia). Oggi il quartiere è chic (e infatti gli affitti sono stellari) e però nelle vie laterali di viale Montenero ci sono una serie di chicche, di solito ristoranti piccoli e intimi, ma anche una proposta di cucina internazionale di livello, dalla greca di Vasiliki a quella russa e georgiana di Veranda. Per andare a bere c’è il The Spirit, entri e sembra di essere in un club privato anni 20, di quelli da hotel di lusso, non gli speakeasy polverosi che però vanno assai di moda (nulla contro gli speakeasy, credo solo sia un concetto che la città ha già troppo sfruttato, rifacendosi sempre allo stesso schema estetico). 

Dove vai a Milano se vuoi stare da sola, magari per prendere una decisione importante?
Ho un animo un po’ crepuscolare e tendente alla malinconia, quindi mi sento a mio agio passeggiando per i viali del cimitero Monumentale. Lo so, pare uno stereotipo da pixie girl con frangia à la Zooey Deschanel che ascolta gli Smiths , però il Monumentale, a parte avere un valore storico inestimabile, è una fonte infinita di informazioni. Osservare le statue e le edicole, soffermarsi su delle foto particolarmente evocative, immaginarsi come devono essere state le vite degli altri, e non solo di quelli più famosi ricordati nel Famedio ( ogni tanto però passo a salutare Gaber e Alda Merini) mi distrae. A volte quando dobbiamo prendere decisioni importanti mettiamo sulla bilancia tanti di quegli elementi razionali da farci assalire dall’ansia, e serve solo svuotare la testa, e far parlare “la pancia”. Quindi, farmi una passeggiata lì, e, appunto, cancellare ogni preoccupazione, mi serve per poi affrontare la scelta a mente fredda. Di solito mi è andata bene…

C’è un posto a Milano verso cui nutrivi grandi aspettative e che invece ti ha deluso?
Risale a qualche tempo fa magari nel frattempo è cambiato tutto. Avevo molte aspettative rispetto a Saigon, il ristorante vietnamita in via Archimede. Amo la cucina vietnamita e pur essendo Milano, le scelte correlate sono poche, a me viene in mente solo Vietnam mon amour, ad esempio. Da Saigon sono andata appena aperto, e pur apprezzando l’interior design, non ho trovato nessun piatto particolarmente indimenticabile, il servizio assai affettato, da locale “wannabe”, e i prezzi quelli sì abbastanza alti, anche prima che divenisse proibitivo uscire a cena a Milano per più di due sere a settimana. Non ci sono mai più tornata, e sono ancora alla ricerca del mio vietnamita preferito in città.

Parliamo di moda, visto che è parte del tuo lavoro. Dove consiglieresti uno shopping un po’ fuori dai ‘soliti nomi’?
Sono da sempre fan del vintage. Milano da quel punto di vista è una chicca assoluta perché permette di trovare dei pezzi interessanti a prezzi abbordabili. In Chinatown però c’è da un paio d’anni un posto molto carino, si chiama Orient Express: di giorno vintage shop con selezione interessante di pezzi, la sera bar dove bere champagne, con degli angolini interni che guardano molto ad un certo design eclettico degli Anni 70, mi ci immagino già Monica Vitti e Gassman coppia vivace che si punzecchia ironicamente bevendo dai calici, in compagni di amici…

Il tuo mestiere immagino ti imponga anche di lavorare da fuori: c’è un posto che non sia casa o la redazione in cui riesci a farlo meglio che altrove?
Appena arrivata a Chinatown, e ancora priva di un tavolo dove lavorare, mi sono ritrovata in Librosteria, il bar libreria in piazza Cesariano. Ho passato lì interi pomeriggi rilassati e anche assai produttivi, il locale aveva aperto da un paio d’anni forse, non era ancora noto. Da allora è diventato il mio bar di quartiere, anche se poi, complice lo spazio importante della piazza, il locale è diventato frequentatissimo, forse troppo (Cate non è che lo hai inflazionato tu?) mentre io, finito di lavorare, amavo spostarmi al bancone a chiacchierare con i tre soci proprietari Ricky, Michele e Nacho. Oggi lo frequento meno anche perché ho cambiato casa, ma i ragazzi, quando passo di lì, mi obbligano ancora bonariamente a fermarmi per un bicchiere di vino, in onore dei vecchi tempi, e di tt quei pomeriggi e quegli infiniti caffè. 

A quale città, straniera o italiana, vorresti rubare qualcosa per Milano
Milano è una città che dal punto di vista enogastronomico credo possegga l’offerta più variegata possibile in Italia. Nonostante ciò, a volte, è vittima dei trend, delle tendenze, e nascono tanti locali uno più instagrammabile dell’altro, che però sono privi di personalità. Capisco che oggi il successo di un locale passi anche dall’hype che si genera sui social, ma se c’è solo quello, il giorno dopo si abbassa la serranda. A Firenze, dove vivo da qualche mese, c’è il problema opposto perché al fiorentino, come ristoratore e cliente, non interessa proprio rincorrere le tendenze. Ecco, senza essere eccessivi, mi piacerebbe vedere anche aprire meno locali in un mese, non 20 nuove aperture tutte molto simili, ma 5 pensate per durare. 

Il più grande pregio e il più gran difetto di questa città?
Milano? É una città che ti dà tanto, ma in cambio ti chiede tutto.

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